Corriere della Sera 20 Mar 2020
di Kerry Kennedy
Il mese scorso, mi trovavo presso l’università cattolica di Piacenza per presentare la mia relazione su violazioni dei diritti umani, economia e povertà. «Per rispondere all’appello di papa Francesco, occorre fare di più», ho detto, rivolgendomi agli studenti. «Dobbiamo tutti avere un sogno: il sogno di un mondo migliore, che sapremo costruire attraverso l’amore, l’empatia e il rispetto reciproco». Nessuno di noi poteva immaginare, in quel momento, quanto sarebbe stato importante saper interpretare quelle parole in un contesto del tutto diverso, e a distanza di poche settimane.

A ripensarci, la lectio magistralis a Piacenza è stata una delle mie ultime esperienze di normalità, prima che la minaccia della pandemia da coronavirus cominciasse a insinuarsi quasi in ogni piega del vivere quotidiano.

Di ritorno a New York dall’italia, i dottori mi hanno messo in isolamento per diverse settimane. Da quel momento in poi, ho seguito il diffondersi del virus man mano che infettava amici e parenti.

Nel mettere in campo ogni dispositivo per arrestare l’avanzata della pandemia, gli Stati Uniti ed altri nel mondo hanno puntato gli occhi sull’italia, primo Paese in Europa a dover fare i conti con le inenarrabili sofferenze inflitte dalla malattia, perché anche noi ci prepariamo ad affrontare, di qui a poco, la medesima emergenza. Oltre ad aver consentito al mondo intero di prevedere quale sarà l’incidenza dei malati rispetto ai casi rilevati, quanti letti ospedalieri e quanti apparecchi respiratori saranno necessari, per quanto tempo stabilire la chiusura di scuole, chiese e ristoranti, il mondo oggi guarda all’italia come nazione esemplare anche nel trovare gioia e solidarietà in tempi difficili. È sotto gli occhi di tutti, con esempi grandi e piccoli, ogni singolo giorno.

L’altra sera il bambino di cinque anni del mio amico Giulio ha realizzato un tenero lavoretto: ha tracciato la sagoma delle sue manine in rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana. Questo disegno infantile sa comunicare, in tutta la sua commovente semplicità, l’incredibile forza d’animo, coraggio e umanità del popolo italiano.

In paesi e città, l’abitudine di cantare in coro da finestre e balconi è diventato un fenomeno dilagante, un modo per comunicare con i vicini, anch’essi in quarantena. Ci sono stati anche flashmob di luci e applausi sincronizzati dedicati ai medici e a tutto il personale ospedaliero.

Papa Francesco ha persino lasciato il suo isolamento in Vaticano per recarsi in visita a due chiese romane e pregare per la fine della pandemia.

Timori e incertezze spesso fanno a gara a tirar fuori la parte peggiore e più egoista dell’umanità. Nel mio stesso quartiere, e da un capo all’altro degli Stati Uniti, si sono viste molte scene di questo genere, le folle che si accalcano in preda al panico per fare incetta di cibo, mascherine, sapone e prodotti igienizzanti.

Noi tutti dobbiamo reagire a questa crisi non solo come individui, ma con un forte

 Mostrate come mettere in pratica le parole di mio padre, il suo invito alla solidarietà e al senso del bene comune, anche in tempo di quarantena

senso di uguaglianza e giustizia sociale, anche quando il mondo sembra mostrare il suo lato più barbaro, imprevedibile e irrazionale.

«Dobbiamo riconoscere dentro di noi che il futuro dei nostri figli non potrà essere costruito sulle sofferenze altrui», dichiarò mio padre il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King, nel 1968. «Occorre ricordare — anche solo per un istante — che quanti vivono accanto a noi sono nostri fratelli e con noi condividono questa nostra breve esistenza, e che anch’essi — proprio come noi — ambiscono a raggiungere la felicità e a dare un senso alla loro vita, sforzandosi di realizzarsi al meglio delle loro capacità».

Oggi, l’italia è un faro per il mondo intero su come mettere in pratica le parole di mio padre — il suo invito alla solidarietà e al senso del bene comune — anche in tempo di quarantena. Vi sono grata per averci mostrato la strada.

( traduzione di Rita Baldassarre)

La mano tricolore è di Leo Corno, 5 anni

Articolo originale dal Corriere della Sera del 20 marzo 2020

L’articolo è apparso anche sulle seguenti testate nazionali:

AGI 20 marzo 2020

Gli Stati Generali del 20 marzo 2020

Formiche.net 20 marzo 2020